Plants of the Bible

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Over 100 kinds of plants are mentioned directly or indirectly in the New and Old Testaments of the Bible.
The Land of Canaan is the country of origin of the “Seven Species”: wheat, barley, vine, fig, pomegranate, olive and date.
Wheat (Triticum durum). For the Lord your God is bringing you into a good land, a land of brooks of water, of fountains and spring, flowing forth in valleys and hills, a land of wheat and barley, of vine and fig trees and pomegranates, a land of olive trees and honey (Deuteronomy 8:7-8).
Pomegranate (Punica granatum). And the came to the Valley of Eschol, and cut down from there a branch with a single cluster of grapes, and they carried it on a pole between two of them; they brought also some pomegranates and figs (Numers 13:23).
Olive (Olea europea). The trees once went forth to anoint a king over them; and they said to the olive tree, “Reign over us”. But the olive tree said to them, “Shall I leave my fatness, by which gods and men are honoured, and go to sway over the trees?” (Judges 9:8-9).
Date (Phoenix dactylifera). The righteous flourish like the palm tree, and grow like a cedar in Lebanon. They are planted in the house of the Lord, they flourish in the courts of our God. They still bring forth fruit in old age, they are ever full of sap and green (Psalms 92:12-14).
Fig (Ficus carica). For behold, the winter is past; the rain is over and gone.The flowers appear on the earth, the time of singing has come, and the voice of the turtledove is heard in our land.The fig tree ripens its figs, and the vines are in blossom; they give forth fragrance (Song of Solomon 2:11-13).
Vine (Vitis vinifera). Beholds, the days are coming, says the Lord, when the plowman shell overtake the reaper and the traeders of grapes him who sows the seeds; the mountains shell drip sweets wine, and all the hills shall flow with it (Amos 9:13).
Barley (Hordeum vulgare). So Naomi returned, and Ruth the Moabites her daughter-in-law with her, who returned from the country of Moab. And they came to Bethlehem at the beginning of barley harvest (Ruth 1:22).

Fonte “Beautiful Plants of the Bible”, David Darom.

 

Parchi urbani e reti verdi: alcune esperienze estere

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Edifici artistici e monumentali, attrezzature per la sosta, per il gioco e per le attività sportive, infrastrutture per l’accessibilità ai portatori di handicap, per l’informazione naturalistica e per i servizi (igienici, di illuminazione, per la raccolta dei rifiuti), scelta degli elementi vegetali in base a criteri ecologici e di adattamento all’ambiente (diffusione nell’ambiente, capacità di adattamento climatico), alle caratteristiche morfologiche e fisiologiche delle piante (quali rusticità, solidità delle ramificazioni, assenza di nocività, non asportabilità, facilità di manutenzione, capacità di contrastare l’inquinamento e il rumore), criteri estetici e paesaggistici (accostamenti di colori, sistemazioni a verde di tipo informale, ricostruzione di ambienti naturali): sono questi gli elementi di cui si compongono i progetti di importanti e suggestivi parchi urbani realizzati in alcune città europee.

Creato all’inizio degli anni ’80 come parco paesaggistico del XX secolo, l’Irchelpark   rappresenta il parco moderno più grande della Svizzera con circa 32 ettari. Di proprietà del Canton di Zurigo come campus universitario, è accessibile alla popolazione (la normativa ha stabilito che 15 ettari debbano essere destinati a verde accessibile al pubblico) e ai membri dell’Università.

Protetto dalle emissioni delle infrastrutture viarie ad alta frequentazione da rilievi collinari di grandi dimensioni, che ne movimentano la topografia, è stato progettato per ottenere risultati di valore paesaggistico e ambientale, utlizzando materiali da costruzione naturali e creando aree prative a carattere naturalistico, corsi d’acqua, laghi artificiali e corridoi verdi che separano gli edifici universitari.
Il processo di realizzazione del parco è stato lungo e complesso ed è durato dal 1979 al 1986.La città ha partecipato finanziariamente alla progettazione delle infrastrutture ludiche e ricreative e ha gestito il processo di partecipazione e di fruizione, che è avvenuto in fasi successive.
A Barcellona trova un posto di rilievo Parco Guell, progettato dall’architetto Antoni Gaudí  a carico dell’impresario Eusebi Güell e inaugurato come parco pubblico nel 1926.
Il Parco è diviso in due grandi zone, la zona monumentale che si estende per 12 ettari (pari al 7,9% dell’area totale) ed è stata dichiarata Patrimonio dell’Umanità e la zona forestale, situata adiacente alla zona monumentale, che occupa altri 8 ettari. I visitatori possono accedere a tutto il Parco Güell.
Nell’ottobre 2013, il Consiglio Comunale di Barcellona ha attuato una nuova politica di regolamentazione per conservare la zona culturale. L’accesso alla Zona Monumentale è dunque ora limitato. L’acquisto di un biglietto permette ai visitatori di accedere a questa zona e il denaro raccolto viene reinvestito nel parco, sotto forma di vari progetti che aiutano a migliorare e rinnovare aree verdi, punti di vista, sentieri e aree di gioco. Il resto del parco è accessibile gratuitamente.

Park Guell regole

La regolamentazione si è resa necessaria  perché l’enorme afflusso di turisti che visitano il Parco Guell stava mettendo a dura prova lo stato del parco impedendo anche la conservazione del patrimonio culturale (Park Guell, che era stato progettato originariamente come uno sviluppo residenziale per 60 case, non è mai stato pensato per gestire 9 milioni di visitatori all’anno).
Il Regolamento si è posto dunque due obiettivi:
-proteggere, studiare e promuovere l’opera di Gaudí, come stabilito nei requisiti dell’UNESCO e offrire un’esperienza di visita di alta qualità;
-rendere più facile la gestione delle aree verdi, permettere che il parco rimanga un parco urbano, uno spazio per la comunità e anche un luogo per creare ricordi individuali e collettivi.

E’ invece una “svolta green” quella che Stoccarda ha compiuto per affrontare e risolvere i problemi urbanistici, ambientali e sociali che la città si è trovata ad affrontare a partire dagli anni ottanta quai la distruzione della struttura urbana come conseguenza della seconda guerra mondiale, l’inserimento della rete viaria, l’inquinamento da traffico automobilistico, l’allontamento degli abitanti dal centro cittadino.

La municipalità, una delle prime a introdurre la raccolta differenziata dei rifiuti domestici e a rendere obbligatorio il “rinverdimento” dei tetti, diede il via a una politica ambientale strutturata, riassumibile in sei azioni integrate le une alle altre:
-realizzazione di un sistema di trasporto pubblico integrato
-realizzazione di percorsi pedonali e ciclabili
-creazione di zone pedonali dotate di alberature, aree di sosta e parcheggi di scambio
-realizzazione di 200 ettari di parco, l’“U verde”, un ampio percorso ciclo-pedonale, affiancato dalla U-Bahn, ricco di specchi d’ acqua, punti di ristoro, centri di aggregazione e lunghe file di alberi ad alto fusto, che si sviluppa per 8 km dal centro alla periferia
-adozione di regolamenti edilizi e politiche finalizzate a incentivare la costruzione di edifici ad alto risparmio energetico con soluzioni innovative per contrastare l‘inquinamento atmosferico e acustico
-erogazione di prestiti ad interesse zero ai comuni interessati per progetti in cui si ha un risparmio in forma di riduzione dei costi di esercizio e restituzione delle somme corrispondenti fino a coprire i costi degli impianti.
Nel 1996 a nord-est di Stoccarda, in una zona precedentemente occupata da installazioni militari americane dismesse, è stato costruito un nuovo quartiere residenziale con differenti tipologie abitative per soddisfare le diverse esigenze, basato su criteri di sostenibilità, nel quale sono stati installati 1750 mq di pannelli solari termici e si è imposto l’obbligo di osservare gli standard per gli edifici a basso consumo energetico. E’ stato costruito un impianto alimentato a gas naturale per la produzione di calore, i tetti delle abitazioni sono “verdi”, i parcheggi a fondo erboso e sono previsti un numero di alberi per lotto. E’ stato imposto un limite di velocità di 30 km/h e oltre le abitazioni sono state costruite una scuola, un asilo, un palazzetto per lo sport e strutture per il tempo libero.
(Fonte: Le città “smart”: Stoccarda, da città industriale a modello ecologico – Le sei azioni di una politica ambientale vincente, on

Sheffield: il progetto “Grey to Green”

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La rivista ACER IL VERDE EDITORIALE (n. 4/22) ci propone, in un articolo di Raffaele Orrù, una interessante esperienza che la città di Sheffield affronta in maniera sperimentale dal 2014 in tema di verde urbano, proponendo soluzioni al passo con le nuove esigenze ambientali, sociali, estetico-paesaggistiche e economiche sorte  in questi ultimi anni. Ai nuovi obiettivi che si vanno definendo occorre infatti rispondere con strategie e soluzioni tecniche innovative, in grado di “razionalizzare l’uso delle risorse impiegate e massimizzare i benefici prodotti”. Ed è cosi che nasce il progetto “Grey to Green” (dal grigio al verde) che pone al centro la componente vegetale e che “porta colore e sostenibilità nel cuore della città…offre rifugio e calma nell’ambiente urbano e ha trasformato un’area asfaltata in uno spazio pubblico dedicato al verde e che incoraggia la mobilità lenta”. Gli interventi puntano a reimpermeabilizzare il terreno, utilizzare differenti tipologie di comunità vegetali composte da 30 specie diverse, creare aree di sosta piacevoli, in un contesto di qualità dal punto di vista, funzionale, estetico e paesaggistico.
Il progetto si caratterizza dunque per un approccio naturalistico, basato su un uso consapevole delle piante, in grado di offrire benefici in termini ambientali (regimazione delle acque meteoriche, mitigazione del calore, creazione di habitat per l’entomofauna), socialieconomici (riduzione degli interventi di manutenzione).
La soluzione realizzata presenta tuttavia alcuni aspetti di complessità: necessità di attività di sperimentazione, studio e ricerca, è più difficile da progettare e da rappresentare alla committenza, richiede una manutenzione specializzata, offre risultati meno controllabili anche dal punto di vista dell’immagine finale che potrebbe apparire, agli occhi dell’opinione pubblica, disordinata e poco attrativa.
Tali limiti rappresentano però degli ostacoli più di tipo organizzativo e culturale, da affrontare con campagne di educazione e di sensibilizzazione, accompagnate da una buona dose di volontà!

Le piante tintorie

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Le piante tintorie sono le essenze che possiedono, nelle foglie, nei fiori, nella corteccia e nelle radici, particolari pigmenti in grado di essere utilizzati per tingere tessuti, pellami, capelli e che permettono moltissime applicazioni nei settori alimentare, cosmetico, dei  filati, per la fabbricazione di candele di cera colorate, per la colorazione di oli essenziali e altri distillati.
Il loro utilizzo fin dai tempi arcaici è testimoniato dal ritrovamento di indumenti colorati e di tracce di tintura di robbia tra le rovine della civiltà della valle dell’Indo risalente al 3500 a.C. e in alcuni documenti scritti ritrovati in Cina e datati 2600 a.C.
Le piante in grado di fornire coloranti naturali sono diffuse ovunque sul pianeta e comprendono oltre 1000 specie presenti intutti gli Ordini e in numerose famiglie botaniche (Vetter et al., 1999) e presentano caratteristiche botaniche, biologiche e areali diversi tra loro (Cardon, 2007). Tra le numerose specie in grado di fornire coloranti vegetali ve ne sono alcune, che più di altre, presentano una buona adattabilità ad un ampio range di condizioni climatiche, elevate potenzialità produttive ed un più facile inserimento nei tradizionali ordinamenti culturali (Angelini 2008; Vetter et al., 1999).
Tra le specie di importanza storica per le quali in passato furono avviate vere e proprie filiere produttive, si possono citare l’indigofera (Indigofera tinctoria L.),  la persicaria dei tintori [Persicaria tinctoria (Ait.) Spach] e il guado (Isatis tinctoria L.) per il blu- indaco, la reseda (Reseda luteola L.), la ginestra dei tintori (Genista tinctoria L.), il cartamo (Carthamus tinctorium L.), la camomilla dei tintori (Anthemis tictoria L.), lo zafferano (Crocus sativus L.) e la curcuma (Curcuma longa L.) per il colore giallo, la robbia (Rubia tinctorum L.) in grado di fornire il rosso.
Numerose piante officinali sono anche piante tintorie come la Daphne gnidium (nomi volgari Dittinella, Gnidio, Erba corsa) per il colore senape, l’Helichrysum italicum (Elicriso) per il giallo paglierino, la Punica granatum (Melograno) per i colori dal giallo arancio al nero.
Attualmente, i coloranti naturali vengono applicati in attività produttive di limitato impatto economico e in attività dimostrative e educativo-didattiche. Le applicazioni rivolte all’attività industriale sono poche, ma alcune aziende che, fino a qualche anno fa, fornivano unicamente servizi di tintura con prodotti sintetici, hanno preso in considerazione la possibilità di tingere con colori naturali dedicando una parte della loro produzione a questo aspetto.
A Lamoli di Borgo Pace, nelle Marche, ha sede il Museo dei Colori Naturali, che propone ai visitatori un erbario, reperti archeologici, strumenti per l’estrazione dei pigmenti colorati, ma anche coltivazioni sperimentali di piante tintorie.

Le piante tintorie, Università degli Studi Mediterranea di Reggio CalabriaInsegnamento Biologia Vegetale, Fabio Sergi
Le piante officinali e i loro colori

Il giardino sostenibile: il sacrificio dell’estetica a favore dell’ecologia!

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 L’Associazione Italiana Professionisti del Verde, che riunisce persone e aziende che si occupano professionalmente della realizzazione e cura del verde ornamentale e del paesaggio sia pubblico che privato, in un recente intervento sulla rivista ACER Il Verde Editoriale, evidenzia alcuni concetti riguardanti il giardino sostenibile, di cui soprattutto le amministrazioni pubbliche dovrebbero tenere conto nel momento in cui si accingono a gestire, direttamente o attraverso Associazioni di cittadini, giardini e aree verdi.
Innanzitutto l’AIVP ci ricorda che “il giardino non è una entità completamente sotto il controllo umano” ma bensì “una mediazione tra uomo e natura e una entità in continua evoluzione”. Il “Giardiniere sostenibile diviene il custode di questo microcosmo verde, che include la natura del terreno, la sua esposizione, le piante spontanee presenti, i micro e macro-organismi, le piante messa a dimora”.
Ne consegue che un bravo giardiniere persegue gli obiettivi di sopstenibilità attraverso:
-il risparmio delle risorse idriche già nella fase di progettazione, al fine di renderlo idoneo a trattenere le precipitazioni, limitando le pavimentazioni impermeabili;
-sciegliendo piante adatte al micro clima locale, all’esposizione, alle disponibilità idrice;
rispettando e accogliendo le forma di vita del giardino quali insetti, farfalle, uccelli;
-proteggendo la struttura del terreno e riutilizzando gli scarti vegetali proveniente dal giardino stesso per favorire l’apporto di sostanza organica;
-tutelando la biodiversità, non sacrificando l’estetica all’ecologia e accettando anche un certo disordine e informalità come parte dell’equilibrio del giardino;
-riducendo le pulizie autunnali che lasciano il giardino scoperto e il terreno semivuoto e favorendo l’impianto e il mantenimento di prati fioriti, in grado di ospitare altre forme di vita.

Olivetti a Città del Messico

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Lo straordinario progetto di espansione industriale avviato dalla società Olivetti in America Latina è stato il tema della mostra “Olivetti Makes” allestita al Palacio de Bellas Artes di Città del Messico dall’11 ottobre 2018 al 13 gennaio 2019. Si tratta del racconto del progetto di espansione industriale avviato dalla società nel 1949, che ha prodotto alcuni formidabili esempi di architetture industriali. Infatti, da semplice avamposto per la vendita “porta a porta” di macchine per scrivere importate dall’Italia, l’azienda si ristruttura e così la Olivetti Mexicana SA si amplia gradualmente diventando, negli anni Sessanta, l’officina per il montaggio e la fabbricazione di esemplari Made in Mexico.
Nascono fabbriche, magazzini, linee per il montaggio, ma soprattutto grafica, pubblicità e macchine per scrivere portatili rivoluzionarie come quelle più note e oggi simboli internazionali del design italiano. Si tratta della Lettera 22 di Marcello Nizzoli e Giuseppe Beccio e la Valentine di Ettore Sottsass. Per questo motivo nella mostra sono presenti anche i progetti delle fabbriche nell’area di Città del Messico. È il caso di quello in Colonia Industrial Vallejo firmato dall’architetto Felix Candela e inaugurato nel 1965 e quello a Cuautitlan dell’architetto Ricardo Legorreta, rimasto purtroppo solo su carta ma restituito al pubblico attraverso i disegni.
Nel percorso della mostra, curato da Pier Paolo Peruccio, docente del Politecnico di Torino sono esposte la MP1, la Lettera 22, la Summa 15, la Valentine, la Divisumma 24, la calcolatrice ET Personal 510. E poi ancora la Lettera 32, la Programma 101, la Studio 45 e la Divisumma 18, fino a quelle più economiche. É il caso della Olivetti Dora o la Lettera 31 (portatile disegnata da Ettore Sottsass nel 1989) prodotte in grande numero per una diffusione capillare tra le famiglie e nelle scuole proprio in America Latina. Olivetti Makes prende in esame anche il ruolo della Olivetti in  Argentina e in Brasile, dove si producono macchine da calcolo e macchine per scrivere professionali.
Sono inoltre indagati gli aspetti sociali del mondo del lavoro, lo studio di prodotti ad alto contenuto tecnologico, quello dei sistemi di grafica. Ma anche la comunicazione del brand Olivetti, la progettazione degli ambienti di lavoro, residenze e fabbriche. Una sezione è infine dedicata al ruolo della Olivetti in occasione dei XIX Giochi Olimpici di Città del Messico nel 1968, in occasione dei quali vennero allestiti due centri stampa ciascuno studiato nel dettaglio dalla Olivetti, dall’arredamento dei locali ai sistemi di comunicazione e trasmissione al fine di agevolare il lavoro dei giornalisti.
Oivetti in Messico. Ovvero la qualità come sistema
A Città del Messico si racconta l’Olivetti in America Latina
Olivetti Makes, storia di design, industria e società
www.olivettiani.org
La copia 105

Columella “Ricetta per fare la giuncata”

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Columella, L’arte dell’agricoltura
Ricetta per fare la giuncata. “Farai la giuncata in questo modo: prendi un’olla nuova e facci un buco vicino al fondo; poi tura il buco che hai fatto con un legnetto e riempi il vaso con il latte di pecora freschissimo, e aggiungivi dei mazzetti di erbe odorose, origano, menta, cipolla, coriandolo. Metti nel latte queste erbe, in modo che i fili che legano i mazzetti sporgano fuori. Dopo cinque giorni togli il legnetto con cui hai otturato il buco e lascia uscire il siero. Appena comincerà a uscire il latte, richiudi il buco con lo stesso legnetto e, lasciati passare tre giorni, fa uscire di nuovo il siero, nel modo che si è detto sopra; togli anche e getta via i mazzetti di erbe odorose; poi spolverizza sopra il latte un pochino di timo secco e di maggiorana secca e aggiungivi quanto porro da taglio vuoi; dopo due giorni lascia di nuovo uscire il siero, richiudi il buco e aggiungi tanto sale pestato quanto sarà sufficiente, rimescola e, messo il coperchio, chiudilo con la cera e non aprire il vaso che quando ce ne sarà bisogno”.

La moglie del Ménagier

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Vita nel Medioevo, Eileen Power

“La parte dedicata alla cucina, che contiene le istruzioni per “nutrire la parte corporale”, è la più lunga del libro……ciò che colpisce il lettore moderno è la lunghezza e la complessità degli enormi festini, con le loro diverse portate e piatti, e la ricchezza delle vivande fortemente drogate. Ci sono soppressate e salsicce, cacciagione e carne di manzo, anguille e aringhe, pesci d’acqua dolce, pesci di mare di sagoma piatta e di sagoma rotonda, zuppe comuni non drogate, zuppe drogate, zuppe di carne e zuppe senza carne, arrosti, pasticci e contorni, una quantità di salse cotte e crude, zuppe e brodini per ammalati…..Le salse piccanti di aceto, agresto e vino godevano del massimo favore, e chiodi di garofano, cannella, galanga, pepe e zenzero compaiono inaspettatamente nei piatti di carne….Da buon francese il Ménagier incude le ricette per cucinare rane e lumache….Il libro di cucina termina con una sezione che contiene le ricette per fare ciò che il Ménagier chiama “quelle piccole cose che non sono necessarie”. Ci sono diversi generi di marmellate, per lo più fatte col miele: nel Medioevo, evidentemente, questo era un modo comune di preparare la verdura, perchè il Ménagier parla di marmellata di rape, carote e di zucche. C’è un delizioso sciroppo di spezie miste e una polvere di pepe, cinnamono, garofano, cardamomo e zucchero che si doveva spargere sul cibo così come oggi si sparge lo zucchero; c’è una ricetta per il vino cotto, per i “guaffers” o wafers, e per gli aranci canditi. Vi sono molti giudiziosi consigli sui cibi adatti alle diverse stagioni e sui modi migliori di cucinarli e di servirli. Le più divertenti fra tutte sono alcune ricette di natura non culinaria: ricette per fare l’inchiostro blu o quello indelebile, per allevare gli uccelletti negli aviari o nelle gabbie, per preparare la sabbia per le clessidre che misurano l’ora, per fare l’acqua di rose, per seccare le rose da mettere fra i vestiti (come noi oggi mettiamo la lavanda), per curare il mal di denti e per curare il morso di un cane rabbioso”.

Amalia Moretti Foggia, il dottor Amal e Petronilla

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Amalia Moretti Foggia, classe 1872, due lauree (una in Scienze Naturali conseguita nel 1895 presso l’Università di Padova e una in medicina, presa nel 1898 all’Università di Bologna), una specializzazione in pediatria a Firenze (divenne la prima donna in Italia a conseguire questa specializzazione) descrive sè stessa come “la medichessa che in un’epoca in cui nessun bravo borghese si sarebbe fatto curare da una donna, ha dovuto fingersi uomo per essere credibile”. Scrive e pubblica libri e articoli su temi nel campo della medicina, dell’igiene della persona e della salute con lo pseudonimo di Dottor Amal, mentre si occupa di cucina con lo pseudonimo di Petronilla.
Protagonista di rubriche di grande successo, Tra i fornelli in cui dispensava ricette alle massaie piccolo borghesi, La massaia scrupolosa, attraverso la quale impartiva abili consigli di economia domestica, Una mamma e La parola del medico, nella quale forniva consigli di puericoltura e informazioni sulla corretta igiene alimentare, sulla pulizia del corpo e sul corretto uso delle piante alimentari e medicinali, nel 1941 pubblica Ricette di Petronilla per tempi eccezionali nel quale una decina di signore di diversa origine geografica chiacchierano, sferruzzano e, muovendo dalle loro esperienze, si scambiano suggerimenti su come metter su il pranzo con la cena, utilizzando e riutilizzando quel poco che c’è, dando vita a varie sezioni che recitano fra parentesi: “Senza riso. Senza pasta”, “Un minimo di pasta”, “Con minimo o niente grassi”, “Con niente o pochissimo zucchero”. Con Desinaretti per… questi tempi, uscito nel 1944, affronta la necessità di cucinare in un clima di ristrettezze dovute alla guerra, suggerendo come preparare un pranzo in presenza di scarsità di ingredienti: “Ecco qua il modo di preparare un buon desinaretto quando, dal tesseramento, vi verranno concessi i fagioli secchi, o se, durante l’estate, ne avete seccati voi stesse”.
Amalia Moretti Foggia esercitò la sua professione prima a Firenze e poi a Milano come medico fiscale presso la Società operaia femminile di Mutuo Soccorso fino al 1902 quando fu assunta presso l’ambulatorio della Poliambulanza di Porta Venezia.
Petronilla “L’arte di cucinare con quello che c’è!”
Le voci di Petronilla

Villa Borghese: ieri, oggi…e domani?

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Troppo spesso si dimentica di considerare Villa Borghese, ottanta ettari di verde nel cuore di Roma, come un bene culturale, sul quale insistono imprescindibili vincoli di tutela, a partire dal 1912 con la legge n. 688 del 23 giugno che, innovando la legge Rosadi-Nava del 24 giugno 1909, n. 364 sulle antichità e belle arti, allargava la tutela alle “ville, ai parchi e ai giardini che abbiano interesse storico o artistico” e alla quale ha fatto seguito la declaratoria del D.M. 17 novembre 1973 prot. n. 17591 ai sensi della L. 1089/39, con riconoscimento di importante interesse storico artistico della Soprintendenza ai Monumenti del Lazio e, infine, il Decreto Legislativo 22 gennaio 2004, n. 42: “Codice dei beni culturali e del paesaggio” che, all’ art. 10 comma 4 lettera f , include tra i beni culturali tutelati ” le ville, i parchi e i giardini che abbiano interesse artistico o storico”.
La sua storia, dai primi anni dell’800, quando apparteneva alla Famiglia Borghese, fino alla vigilia della guerra nel 1936, viene ricostruita con dovizia di particolari e di documentazione storica da Massimo de Vico Fallani nella “Storia dei Giardini Pubblici di Roma nell’Ottocento”.
La Villa, allora, era aperta al pubblico quattro giorni alla settimana e, talvolta, per esposizioni e fiere autorizzate dal principe Borghese. E’ del 12 luglio 1903 la pubblicazione del bando con la notizia dell’acquisizione della Villa (per 3 milioni di lire) da parte dell’amministrazione di Roma: “Per volontà del Parlamento e del Governo del Re, la Villa Borghese è passata in piena proprietà del Popolo di Roma, e dedicata alla memoria di Umberto I”.
Uno dei primi e principali responsabili dei lavori di giardinaggio della Villa fu Nicodemo Severi, direttore del Servizio Giardini e autore del giardino di Piazza Cavour e della passeggiata Archeologica che va da Porta Capena a piazza Numa Pompilio che, fin dal 1904, venne incaricato di un piano di  generale di riordinamento, che pubblicò sulla Rivista da lui fondata “La Villa e il Giardino”. Il Piano scatenò alcune critiche, come quelle mosse da Aristide Sartorio nel 1909, in occasione dello spiantamento dei lecci nella zona dal museo di Parco dei Daini al nuovo accesso ai Parioli “..Non racconterò come la villa sia stata potata con l’istesso sistema del bosco ceduo, non racconterò lo strazio dei lecci sul viale verso il museo, ma, sibbene, come proprio in questi giorni tutto il boschetto dei gelsi a ridosso del Seminario tedesco sia stato letteralmente atterrato. Perchè? Perchè la distruzione delle piante è un metodo del giardinaggio romano contemporaneo, e la direzione dei giardini pare un’azienda per il taglio forestale”.
In occasione dell’Esposizione Universale di Roma del 1911, al limite nord-occidentale della villa, iniziarono i lavori dei giardini davanti al Nuovo Palazzo delle Belle Arti (ora Galleria Nazionale d’Arte Moderna) a Valle Giulia, progettati da Cesare Bazzani unitamente al Palazzo. La sistemazione dei due giardini all’italiana e delle due rampe iniziò nel 1914 e durò fino alla fine del 1916. I lavori comprendevano, oltre alle piantumazioni di alberi, anche movimenti di terra, la costruzione dei contrafforti in scogliera di tufo e la realizzazione della balaustra classica intorno ai giardini. Nell’ambito della sistemazione della scalinata vennero realizzate le due FONTANE DELLE TARTARUGHE e nel 1924 venne completato il muro di sostegno tra i giardini e il confine di Villa Borghese. Le sistemazioni a verde consistevano nella disposizione di filari di lecci intorno alle rampe e nella sistemazione a prato delle scarpate fra i tornanti con pini, sofore pendule e cespugli di alloro. Le siepi geometrizzate dei due giardini pensili erano di bosso nano che si dovette reperire all’estero. In totale per i lavori occorsero 350 allori, 6.500 piante di bosso, 50.000 piantine di bosso nano, 25 grandi lecci, 50 Sophora japonica pendula, 5 quintali di calce viva, 20 mc. di pozzolana, 2.000 mattoni zoccoli.
Con il passaggio di proprietà e con la possibilità di utilizzare la Villa da parte della cittadinanza si assistette ad un dilagare di fenomeni di vandalismo, che presero alla sprovvista “le autorità municipali e di pubblica sicurezza”. Il comportamento dei cittadini divenne uno dei primi motivi di degrado e depauperamento della Villa, insieme ai lavori per adeguarla alle nuove esigenze (adeguamento degli impianti di irrigazione, fognari, recinzioni, muri di confine, viali di collegamento con la città, realizzazione di nuove strutture, a cominciare dal Giardino zoologico) e alle numerose concessioni (come l’affitto dei prati che venivano recintati e coltivati a fieno).
Nel 1914 appare un articolo su La Tribuna del 27 giugno dal titolo “La distruzione sistematica di Villa Borghese” nel quale si mette in evidenza come sia “una convinzione radicata dei nostri amministratori che si debba sempre concedere la villa Umberto I! Oggi questa splendida villa del settecento è già irriconoscibile da quindici anni orsono…”.
Nel 1922 è Severi che, nell’articolo apparso su Il Piccolo del 24 giugno 1922, protesta contro il degrado:”...è appunto contro gli sterri, gli steccati, le concessioni a comitati di benficienza e a società sportive d’ogni genere che io avevo levato la voce….Nessuna Amministrazione Comunale mai, in nessun periodo della storia edilizia della città, era giunta a concedere così facilmente l’uso della villa a scopi privati…”.
Massimo de Vico Fallani osserva inoltre che tutti i lavori eseguiti in quegli anni raramente riguardavano la conservazione della vegetazione, sovente sacrificata per far posto a nuove realizzazioni come ad esempio l’Istituto Internazionale di Agricoltura a scapito di “una bella, fresca e verde pineta”.
Nel secondo dopoguerra furono realizzati restauri e nuove edificazioni che si sono susseguiti nel corso del tempo, tra cui quelli che nel 2004 sono stati realizzati per il restauro delle FONTANE DELLE TARTARUGHE poste su la Scalea intitolata nel 2002 a Bruno Zevi, fino ad arrivare agli interventi che interessano oggi diverse aree della Villa (Riqualificazione ambientale e vegetazionale ville storiche – Villa Borghese e Giardino del Lago di Villa Borghese per un importo complessivo di € 2.333.108,20).
La gestione è affidata alle competenze dell’Ufficio “Servizio Giardini” Villa Borghese che si occupa del verde, degli arredi e dei manufatti e, per quanto riguarda il patrimonio monumentale, le mostre e gli eventi, alle competenze di numerosi Uffici della Sovrintentenza Capitolina ai Beni culturali. A queste si aggiungono quelle relative alla gestione e alla manutenzione della rete stradale, degli impianti idrici e fognari, degli impianti di illuminazione pubblica, delle concessioni commerciali, della rete di trasporto pubblico, degli eventi e delle manifestazioni pubbliche, degli impianti sportivi.
Da molte parti si invoca l’istituzione di un soggetto unico, dotato di figure professionali specifiche, sia in ambito botanico, fitopatologico e agronomico, sia di tipo storico-artistico, archeologico e paesaggistico, in grado di predisporre un piano complessivo di gestione che, partendo da una approfondita conoscenza e analisi del patrimonio ambientale e monumentale della Villa ne definisca, attraverso l’dentificazione di ambiti omogenei, sia gli interventi di manutenzione e restauro che i progetti di valorizzazione e riqualificazione, nel rispetto delle caratteristiche peculiari presenti.
In particolare, appare necessario utilizzare metodologie di approccio ispirate agli indirizzi dettati a livello mondiale per la classificazione, la cura e la valorizzazione dei beni culturali e naturali, a cominciare da quelli della Commissione per i siti UNESCO, utilizzati ad esempio per il sito seriale costituito dalla serie di 14 ville e giardini della famiglia Medici ubicati in Toscana in occasione della propria candidatura come sito UNESCO (Piano di gestione).
Fonti bibliografiche
Storia dei Giardini Pubblici di Roma nell’Ottocento, Massimo de Vico Fallani
Roma, Newton Compton, 1992
I giardini come beni del patrimonio culturale: storia di una legge e questioni interpretative