Prati naturali in città

Il tappeto erboso, definito come “superficie con una comunità (cenosi) permanente di graminacee, graminacee + dicotiledoni”, in ambiente urbano e antropizzato è stato il protagonista dell’interessante convegno dal titolo “Il prato, natura in città” organizzato nell’ambito della campagna “PRATO IN COMUNE” dal il Verde Editoriale (11 novembre 2016, Bologna) con l’obiettivo di accrescere la conoscenza sul valore aggiunto offerto dal prato naturale per la collettività in termini di servizi ecosistemici forniti e relativo valore economico, di innovazione tecnologica del settore, di ricerca di nuove varietà con minore impatto ambientale e minore costo di manutenzione.
Numerosi gli esperti che hanno partecipato, portando il proprio contributo sui tanti temi affrontati. Tutti hanno sottolineato i vantaggi del Green Space in termini di servizi ecosistemici, evidenziando il ruolo dei tappeti erbosi sotto il profilo della ricreazione, della riqualificazione urbana, del valore ambientale, ecologico, sociale, estetico, economico.
E’ stata presentata l’evoluzione avvenuta nel settore a partire dagli anni ottanta, in cui si registravano poca o nessuna cultura tecnica, scarso e generico materiale vegetale, generiche cure colturali e nessun supporto scientifico, ad oggi, con un’attenzione da parte della ricerca verso l’ampliamento della disponibilità di specie, il miglioramento dell’efficienza di uso dell’acqua e degli elementi nutritivi, semplice manutenzione.
Il Direttore del Settore Ambiente e Energia del Comune di Bologna ha illustrato il progetto BIO HABITAT, il cui obiettivo è quello di avviare un modello culturale di gestione del verde finalizzato alla creazione di un equilibrio tra pianta, ecosistema urbano, abitanti e frequentatori delle aree verdi, alla diffusione di tecniche a basso impatto ambientale, alla tutela della biodiversità e della micro e macro fauna, alla eliminazione dell’impiego dei prodotti di sintesi per la nutrizione e la difesa delle piante. Tra le realizzazione del progetto le aree sperimentali dedicate al “prato naturale”, sottoposte ad un minor numero di tagli dell’erba rispetto alle restanti aree a verde, al fine di consentire un incremento della biodiversità attraverso l’aumento del numero di specie erbacee.
L’aspetto incolto non deve trarre in inganno: è un modo per consentire a molte piante di fiorire e, successivamente, diffondere i loro semi, in modo da costituire una importante riserva biogenetica per molte aree verdi della zona. Questa condizione è spesso percepita da alcuni fruitori dei parchi come una criticità. Per questo motivo, in corrispondenza delle aree manutenute in questo modo, sono stati posizionati appositi cartelli nei quali viene illustrato il principio alla base di una metodologia ambientalmente più sostenibile, basata su il cosiddetto “prato fiorito”. Oltre al raffinato e inconsueto effetto ornamentale e paesistico, il prato fiorito contribuisce ad incrementare la biodiversità, fa risparmiare costi di manutenzione e irrigazione, migliora l’ambiente e l’estetica del verde con influenze positive sulla percezione della qualità della vita e sull’umore. E’ inoltre fonte di alimento per gli insetti e ha una ricaduta culturale connessa ad una più consapevole attenzione sociale alle tematiche relative alla Conservazione dell’ambiente naturale. E’ una concezione di verde che si svincola in maniera netta dalle innaturali realizzazioni “pronto effetto” oggi dominanti e può avere risvolti nell’ambito dell’evoluzione del gusto e dell’educazione al paesaggio. Queste piante erbace e annuali introducono nella città una dimensione naturale, mostrando con immediatezza, al pari dei prati spontanei, l’evolversi delle stagioni e inducendo ad apprezzare e rivalutare la bellezza del passaggio naturale dalle ricche fioriture primaverili alla stasi estiva, dalla ripresa autunnale alla pausa dei mesi invernali. Un prato più naturale, tiperaltro, costituisce una importante occasione didattica per studiare la natura proprio sotto casa e imparare a conoscere alcune piante autoctone che non è sempre possibile osservare in ambiente urbano. A Bologna, il primo esempio di prato fiorito è stato realizzato in una rotatoria stradale per poi essere ripreso in altri spazi verdi
della periferia (compendio di orti comunitari e di aree agricole).

 

 

PARTECIPAZIONE DEI CITTADINI E SUSSIDIARIETA’-Diario pubblico

Invocata (ed evocata) da più parti la partecipazione dei cittadini non è sempre facile da realizzare. Norme, regolamenti, procedure e scarsa trasparenza spesso ostacolano la possibilità di contribuire, attraverso il sostegno economico o la collaborazione volontaria, al mantenimento, alla tutela e alla gestione dei beni pubblici, siano essi scuole, parchi, monumenti, spazi urbani, ecc. Questo nonostante che nel 2001 la nostra Costituzione abbia introdotto il principio di sussidiarietà orizzontale, con questa formulazione: “Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà” (art. 118, ultimo comma). Oggi si parla di Big Society, di “città partecipata”, di impegno “diffuso”, di laboratori del “faidate”: temi di cui  si occupano attivamente studiosi, movimenti, associazioni, comitati di cittadini, amministrazioni pubbliche locali, fondazioni, istituti di ricerca, università, soggetti economici. Esistono pertanto esempi, in Italia e all’estero, di cittadini che partecipano alla cura dei beni comuni, soprattutto nel campo del verde condiviso, della cura degli spazi urbani, della tutela di monumenti.
Da citare  il Prinzessinnengarten a Berlino, il Phoenix Garden a Londra, il progetto “Cura e adotta il verde pubblico” del Comune di Milano, per il quale chiunque può “partecipare a mantenere e migliorare il verde di Milano…e anche prendersi cura di arredi e attrezzature, degli spazi destinati a verde pubblico antistanti a negozi, condomini e locali pubblici” e la Delibera sui giardini condivisi  “Linee di indirizzo per il convenzionamento con associazioni senza scopo di lucro per la realizzazione di giardini condivisi su aree di proprietà comunale”, il progetto “la scuola adotta un monumento”, nato a Napoli e recepito da altri Comuni italiani, il progetto “Aperti per voi” promosso dal TCI, che coinvolge “volontari della cultura”.
Molte le Associazioni attive in questi settori: the American Community Garden Association, che opera negli Stati Uniti, Canada, Australia, Gran Bretagna, le organizzazioni Bold London community resource centre-Lcrc, Bold capital growth, Bold federation of city farms & community gardens l’AICu, Associazione Italiana Curatori di Parchi, Giardini e Orti botanici, che si pone come riferimento per la sensibilizzazione al tema della gestione degli orti urbani collettivi , le Associazioni “Giardini in transito”, “Il Giardino degli Aromi”,  i “Giardini del Sole”, CleaNap-Piazza Pulita, il Comitato di Cittadini per il Bene Collettivo Sicilia, Retake Roma,
Queste esperienze dimostrano che, in presenza di una volontà e di un interesse comune, la partecipazione dei cittadini non solo è possibile ma consente di migliorare l’efficienzaella spesa pubblica e sottrarre al degrado beni di tutti.
Il 29 marzo 2012 il Senato ha approvato il Disegno di legge “Norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani” che prevede che “Le aree riservate al verde pubblico urbano e gli immobili di origine rurale, riservati alle attività collettive sociali e culturali di quartiere, con esclusione degli immobili ad uso scolastico e sportivo, ceduti al comune nell’ambito delle convenzioni e delle norme previste negli strumenti urbanistici attuativi, comunque denominati, possono essere concessi in gestione, per quanto concerne la manutenzione, con diritto di prelazione ai cittadini residenti nei comprensori oggetto delle suddette convenzioni e su cui insistono i suddetti beni o aree, mediante procedura di evidenza pubblica, in forma ristretta, senza pubblicazione del bando di gara“.
Ci sono dunque le premesse affinchè il principio della sussidiarietà possa divenire una realtà, con l’obiettivo di costruire, come esplicita LABSUS, che da tempo si occupa di questa tmatica, ” un nuovo modello di società caratterizzato dalla presenza diffusa di cittadini attivi, cioè cittadini autonomi, solidali e responsabili, alleati dell’amministrazione nel prendersi cura dei beni comuni”.

Piante erbacee spontanee in città

L’impiego delle specie erbacee spontanee in ambito urbano è il tema di un interessante articolo apparso sul numero 5/15 della rivista speciliazzata ACER a cura di Alessandro Bedin, dottore in Riassetto del teritorio e tutela del paesaggio. Un’opportunità, quella dell’utilizzo delle erbacee perenni in ambito pubblico, ancora a tutt’oggi assente in Italia e ancorato a modalità gestionali vecchie, a differenza di quello che accade in numerose altre realtà del mondo occidentale. Queste piante rappresentano infatti, come l’autore mette in evidenza, una interessante occasione per colorare gli spazi verdi delle nostre città, predisponendo accostamenti ispirati alle praterie naturali e associando erbacee perenni, bulbi e arbusti in un mix che ci riporta al paesaggio naturale con foriture spettacolari e affascinanti. Oltre agli aspetti tecnici, come la scelta di specie rustiche, le modalità di preprazione del substrato e di disposizione delle piante, Bedin tiene a sottolineare l’importanza che giocano le corrette cure di manutenzione, finalizzate ad evitare il degrado degli spazi a verde, che può portare ad una semplificazione da parte delle amministrazionin pubbliche dell’intervento, con la sostituzione delle aiuole ad erbacee perenni con parti monofiti o addirittura cemento!  Bedin si sofferma infine sulla difficoltà di spiegare all’opinione pubblica le peculiarità del mondo delle erbacee perenni, che soggiaciono a cicli naturali in cui si alternano periodio di quiescienza a periodi di esplosioni di colore e sulla necessità di far apprezzare le molteplici soluzioni legate all’uso di arbusti ed erbacee sempreverdi, in grado di offrire una presenza gradevole anche di inverno.

Un premio per gli spazi verdi delle nostre città

Una pluralità di esperienze su tutto il territorio nazionale, tutte degne di nota: dalla realizzazione di un tetto verde sperimentale del Liceo scientifico “Giovanni Keplero” di Roma al parco giochi di Silandro-Schlanders (BZ), dal Giardino di Verde Urbano Sostenibile della Pro Loco di Bassano del Grappa (VI) ai 100 Orti Contro le Camorre dell’Associazione Sott’èNcoppa di Afragola (NA), dai “Volontari al Verde” di Faenza (RA) che collaborano al mantenimento e al decoro dei parchi e dei giardini della città ai “Piani di manutenzione del verde” di Grado (GO), di Pisa e della Circoscrizione 2 della città di Torino, con  la messa a punto di un sistema informatizzato che consente ai cittadini di avere informazioni sui lavori svolti e su quelli programmati, sui costi e sui programmi di controllo in atto, dal progetto “Adotta un’aiuola” degli alunni di una scuola primaria di Dro (TN) alla “Riqualificazione dei giardini pubblici G. Morigi” di Filottrano (AN), dal “Piano preliminare del rischio delle alberate” di Novara al “Butterfly Garden” di Muggiò (MB).
Sono queste alcune delle iniziative messe in luce dal premio annuale “La Città per il Verde” organizzato dalla casa editrice Il Verde Editoriale di Milano, giunto nel 2018 alla sua 19a edizione e dedicato ai Comuni italiani che hanno investito il proprio impegno e le proprie risorse a favore del verde pubblico e della sostenibilità ambientale. Il Premio è assegnato alle amministrazioni pubbliche locali che si sono distinte per realizzazioni o metodi di gestione innovativi, finalizzati all’incremento del verde pubblico con interventi di nuova costruzione, di riqualificazione o nei quali viene privilegiato l’aspetto manutentivo e il miglioramento delle condizioni ambientali del proprio territorio, anche attraverso la valorizzazione dei rifiuti biodegradabili e compostabili.
Il Premio accoglie anche interventi e iniziative di altri Enti pubblici e di Strutture private a finalità pubblica che hanno saputo valorizzare gli spazi verdi delle loro strutture, come, ad esempio, gli spazi degli ospedali con il verde terapeutico, gli interventi puntuali per la valorizzazione dei giardini storici e degli orti botanici, gli spazi naturali all’interno dei campus universitari, i giardini e gli orti all’interno delle scuole. Dal 2018 possono presentare direttamente le proprie candidature anche le Associazioni di volontariato che svolgono un servizio pubblico per la riqualificazione e la manutenzione degli spazi verdi delle nostre città.

“Olivetti Makes” a Città del Messico

“Olivetti Makes”, una mostra inaugurata l’11 ottobre 2018 a Città del Messico, racconta la dimensione concreta dello straordinario progetto di espansione industriale avviato dalla società Olivetti in America Latina.

Una storia poco conosciuta, che ha prodotto alcuni formidabili esempi di architetture industriali, che viene ripercorsa in questa esposizione.

Città del Messico
Palacio de Bellas Artes

Visitabile fino al 13 gennaio 2019.
www.olivettiani.org

Una targa in memoria di Raffaele de Vico, grande architetto di giardini

Giovedì 13 dicembre 2018, alle ore 9.30, al Casino del Graziano, in Viale del Giardino Zoologico 35, è stata posta una targa commemorativa dedicata all’Architetto Raffaele de Vico, alla presenza del nipote Massimo de Vico Fallani e, tra gli altri, dell’Assessore all’Urbanistica del Comune Montuori, dell’Assessore all’Urbanistica del Municipio II Giovannelli, della dott. ssa Annamaria Cerioni, del dott. Alessandro Cremona, del Presidente e di alcuni soci di AMUSE.
E’ stata ricordata così una delle figure più interessanti e ammirevoli che hanno lavorato per il verde della Capitale, realizzando opere e parchi di grande bellezza e prestigio, oggi spesso trascurati e in cattivo stato di manutenzione.

Raffaele de Vico: maltrattato ma non dimenticato

Si è tenuta a PALAZZO BRASCHI (fino al 30 settembre 2018) una piccola ma preziosa e interessante mostra su Raffaele de Vico, l’architetto che più ha segnato il verde pubblico di Roma dai primi anni del novecento fino all’inizio degli anni sessanta, progettando e realizzando una parte consistente dei parchi e dei giardini pubblici della capitale.
Nato a Penne, in Abruzzo, nel 1881, de Vico divenne consulente artistico del Comune di Roma alla metà degli anni ’20. Dopo una lunga carriera, muore a Roma nel 1969, lasciando un patrimonio che oggi  mostra evidenti condizioni di degrado, sia dal punto di vista della manutenzione che della perdita, per interventi di trasformazione, dell’identità originale.
La mostra, curata da Alessandro Cremona, Claudio Crescentini, Donatella Germanò, Sandro Santolini e Simonetta Tozzi, ripercorre la storia del verde pubblico romano nella prima metà del passato secolo, con l’esposizione di quasi 100 opere fra disegni, progetti, fotografie e documenti provenienti dalle collezioni capitoline (Museo di Roma Palazzo Braschi, Galleria d’Arte Moderna e Museo Canonica) e dagli archivi capitolini, con particolare riferimento all’Archivio Storico Capitolino a cui l’anno scorso è stato donato dagli eredi l’archivio personale di Raffaele de Vico. E’ possibile così conoscere alcune delle più rilevanti trasformazioni della città: da Villa Borghese (per un ventennio a partire dal 1915) al Parco della Rimembranza a Villa Glori (1923-1924), dai progetti per i parchi Flaminio (1924), del Colle Oppio (1926-1927), Testaccio (1931) a quelli di Ostia Antica (1929-1930), di Santa Sabina sull’Aventino (1931), di Castel Fusano (1932-1937) e Cestio (1938). Così come per i giardini di Villa Caffarelli (1925), Villa Fiorelli (1930-1931) e Villa Paganini (1934) e per il Parco degli Scipioni (1929) e per quello Nemorense (1930); o il particolare progetto per i giardini dell’allora via dell’Impero e di via Alessandrina (1933), da affiancare alle esedre arboree realizzate per la sistemazione di piazza Venezia (1931) oltre al raffinato “giardino-fontana” di Piazza Mazzini (1925-1926), fino ad arrivare al grandioso progetto del parco “dantesco” del Monte Malo (Monte Mario, 1951) e a quelli per i giardini dell’EUR (1955-1961). E ancora i progetti per il teatro all’aperto a Villa Celimontana (1926) e per l’ampliamento del Giardino Zoologico (1928) e i lavori di riorganizzazione del vivaio e delle serre di San Sisto Vecchio (1926-1927).
Comunicato stampa RAFFAELE de VICO Museo di Roma
Elenco opere
Pannelli
Sempre su de Vico è da menzionare il libro “I giardini e le architetture romane dal 1908 al 1962”, che nasce dalla Tesi di Dottorato di Ulrike Gawlik nel campo della storia dell’Arte dei Giardini e Architettura nella prima e seconda metà del XX secolo e offre un quadro approfondito e complessivo di questo protagonista assoluto del patrimonio di aree a verde che ancora oggi caratterizza la città.
Recensione di Federica Alatri

ACER n. 1/2018

L’Italia dei dialetti: “Dizionario gastronomico”

Tra il 1959 e il 1960 la RAI mise in onda, nell’ambito del programma “Sapere”, il ciclo “L’Italia dei dialetti”.
Una delle puntate, “Dizionario gastronomico”, trasmessa il 26 novembre del 1959, fu dedicata ai diversi termini dialettali gastronomici utilizzati in varie regioni d’Italia.
Gli interventi del Prof. Giacomo Devoto, uno dei più noti linguisti del Novecento e le interviste, che raccontavano un mondo di tradizioni in cucina che già allora andava scomparendo, rappresentano un modo colto e non superficiale di far conoscere un tema di grande interesse, oggi a volte inflazionato e allontanato dalle radici e dalle società da cui proviene.

Parole e Immagini contro le mafie-Diario pubblico

Si è svolta a Roma, dal 2 al 4 febbraio 2018, l’iniziativa Contromafiecorruzione, promossa da LIBERA, nell’ambito della quale si è tenuta la giornata seminariale PAROLE E IMMAGINI CONTRO LE MAFIE.
Una giornata molto interessante in cui, ai racconti delle esperienze dei protagonisti, si sono aggiunti i ricordi di alcune delle figure più significative della lotta alle mafie.
All’incontro, coordinato da Nello Ferrieri e Elisabetta Antognoni di Cinemovel, hanno partecipato, in qualità di relatori, Marcello Ravveduto, che all’Università degli Studi di Salerno tiene il corso “Public Digital History” di Scienza delle Comunicazioni, Sandro Ruotolo, Giornalista, Giancarlo De Cataldo, Scrittore, Franco Montini, Giornalista, Marco Tullio Giordana, Regista, Angelo Barbagallo, il produttore di Fortapàsc, il film sulla storia di Giancarlo Siani, Monica Zapelli, Sceneggiatrice e autrice, che racconta di Felicia Impastato e del film “I cento passi”Pasquale Scimeca, Regista, direttore del Corso Documentario del Centro Sperimentale di Cinematografia nella sede di Palermo, autore di “Palcido Rizzotto”, “Rosso Malpelo”, “Balon”, Davide Barletti, Regista e produttore, autore di “Fine pena mai” (dal libro di Antonio Perrone “Vista d’interni”) e “La guerra dei cafoni”, Alessio Praticò e Vanessa Scalera, interpreti di Lea, il film che ripercorre la storia di Lea GarofaloMarino Guarnieri, Regista e animatore, Roberta Franceschinelli, della Fondazione Unipolis, Nicola Leoni, Sindaco di Gazoldo degli Ippoliti (MN), dove si svolge il Festival “Raccontiamoci le mafie”, Antonella Micele, Vicesindaco di Casalecchio di Reno (BO) che ospita “Politicamente scorretto”, Alessio Giannone, Attore e regista, Jole Garuti, Autrice del libro su Saveria Antioca, madre di Roberto, poliziotto nella scorta di Ninni Cassarà, “In nome del figlio”, Loredana Martinez, Attrice.

 

 

L’Istao incontra Ivrea

Una nuova e fortunata coincidenza mi consente di coltivare ancora una volta la mia passione per Adriano Olivetti.
L’amicizia con una collega del Master “Gestione e riutilizzo di beni e aziende confiscati alle mafie. Pio La Torre” mi offre infatti l’occasione per partecipare alla visita “ISTAO incontra Ivrea” organizzata il 15 e 16 settembre 2017 per le celebrazioni dei 50 anni dell’Istituto Adriano Olivetti.
Ci accompagna, nei numerosi incontri con i protagonisti del mondo legato a Olivetti e al suo territorio e nelle visite ai tanti luoghi che maggiormente rappresentano la sua opera, Matteo Olivetti, figlio di David e nipote di Dino Olivetti.

Il nostro percorso inizia a Villa Casana, ex villa nobiliare già sede della presidenza di Adriano Olivetti e che oggi ospita l’Associazione Archivio Storico Olivetti e dove, per celebrare i Cento anni della Fondazione della Società Olivetti, l’Associazione nel 2008 ha organizzato un’importante mostra permanente.
Bruno Lamborghini ci parla del premio Imprenditore Olivettiano, istituito dall’Associazione Archivio Storico Olivetti e che viene assegnato ad alcuni imprenditori prescelti tra quanti nella conduzione della loro impresa si ispirano ai valori dell’impegno imprenditoriale di Adriano Olivetti (tra questi Cucinelli, Guzzini, Mario Pedrali, il gruppo della piattaforma “Arduino”).
Il sindaco Carlo della Pepa ci racconta della candidatura di Ivrea nella lista del Patrimonio Mondiale Unesco, vista come un’opportunità per lo sviluppo futuro della città, interessata, come tanti altri luoghi del nostro paese, dalla crisi economica. Un percorso iniziato nel 2008, con la celebrazione del centenario della fabbrica Olivetti e che sarà esaminata in occasione della 42° sessione del Comitato per il Patrimonio Mondiale nel corso dell’anno 2018. Tra i criteri che hanno condotto Ivrea alla candidatura vi sono quelli che la portano ad essere considerata “un modello moderno di città industriale, con un complesso di edifici per l’industria, i servizi e le residenze di eccezionale qualità architettonica” e a rappresentare “il manifesto delle politiche del Movimento Comunità fondato a Ivrea nel 1947 e ispirato alla proposta di riorganizzazione dello Stato elaborata da Adriano Olivetti nel suo testo L’ordine politico delle Comunità, pubblicato nel 1945″. Nelle dichiarazioni di integrità e di autenticità si afferma che il sito candidato non ha conosciuto cambiamenti nella sua morfologia e ha mantenuto i suoi caratteri originari, con una serie di edifici progettati dai più famosi architetti italiani, esempio dunque eccezionale di città industriale del XX secolo.
Sono proprio questi edifici che costituiscono le stazioni del Museo Virtuale dell’Architettura Moderna di Ivrea e che ci vengono illustrati da Marco Peroni, autore del libro “Ivrea, guida alla città di Adriano Olivetti”.

All’estremità di ponte Isabella, oggi intitolato a Adriano Olivetti, il monumento dedicato a Camillo Olivetti e, lungo corso Jervis, la “fabbrica di mattoni rossi” che Camillo iniziò a costruire nel 1896, sul terreno che il padre Salvador Benedetto gli aveva lasciato in eredità, vicino alla stazione ferroviaria.
A partire dal 1934 fino al 1949, su iniziativa di Adriano, la fabbrica viene ampliata: sorgono così gli edifici progettati dagli architetti Luigi Figini e Gino Pollini (ampliamento I, ampliamento II, ampliamento III), strutture di vetro, luminose e chiare, che superano l’idea dell’officina buia e chiusa.
Nel 1939 viene costruito, sempre su progetto di Figini e Pollini, l’asilo nido che accoglieva i figli dei dipendenti dell’azienda dai sei mesi ai tre anni e nel 1955 l’edificio destinato ad ospitare i Servizi Sociali.
La Nuova ICO nasce nel 1955 e rappresenta l’ultimo ampliamento delle Officine Meccaniche su via Jervis: il progetto è di Figini e Pollini e la copertura, composta da venti lucernari di forma quadrata, che consentivano agli operai di lavorare con la luce naturale, viene progettata da Eduardo Vittoria.
E’ sempre di Eduardo Vittoria il Centro Studi ed esperienze, realizzato per rispondere all’esigenza dell’azienda di concentrare le attività di studio e progettazione in un luogo separato dagli altri.
Alle spalle delle Officine, sulla collina di Monte Navale (alle cui pendici si trova Villa Belli Boschi, unica proprietà della famiglia di Adriano Olivetti e dove egli abitò con la moglie Grazia Galletti), la mensa e il circolo ricreativo Olivetti, realizzati tra il 1953 e il 1961 su progetto di Ignazio Gardella. Alla mensa, che poteva servire fino a 500 pasti ai tavoli e 1800 al self service, si affiancavano gli spazi per la lettura, l’intrattenimento e lo sport (campi da tennis, campi per il gioco delle bocce, percorso attrezzato per la ginnastica).
Tra la mensa e le Officine l’edificio conventuale di San Bernardino, acquistato da Camillo Olivetti nel 1907, dove si trovavano gli uffici del Gruppo Sportivo Ricreativo Olivetti, un bar, un ristorante, la palestra per la danza classica e il centro d’incontro per le Spille d’Oro.
  Tra il 1926 e il 1976 l’azienda costruì più di milleduecento alloggi, tra i quali il Quartiere di Castellamonte (progetti di Figini, Pollini, Nizzoli e Oliveri), con case per famiglie numerose e per dirigenti, e l’Unità residenziale Ovest, detta Talponia (progetto di Roberto Gabetti e Aimaro Isola).
In corso Botta è il complesso La Serra, edificio polivalente a forma di gigantesca macchina da scrivere, costruito a partire dal 1967 per volontà di Roberto Olivetti, figlio primogenito di Adriano e nipote di Camillo, fondatore della storica azienda di macchine da scrivere.
Nei locali dell’Officina H, oggi occupati da uffici dell’Università e della ASL, Alberto Zambolin ci parla di “Pausa pranzo!”, un ciclo di “Conversazioni sull’economia civile” organizzato dall’Associazione Il Quinto Ampliamento presieduta da Stefano Zamagni e che si ispira a Adriano Olivetti: “l’idea al centro del suo progetto era quello dell’impresa civile: l’impresa come agente di trasformazione, non solo della sfera economica, ma anche di quella sociale e civile della società”.