Verde storico: come difenderne identità e valore

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Il Manuale del volontario giardiniere, pubblicato a cura di ReGiS-Rete dei Giardini Storici con finalità educativa, offre l’occasione per portare (o riportare) l’attenzione sul verde storico, componenente fondamentale e di pregio del verde pubblico e privato di molte città italiane.
La premessa del Manuale è la Carta di Firenze, Carta italiana dei Giardini storici del 1981, la quale definisce il giardino storico come “una composizione architettonica e vegetale che dal punto di vista storico o artistico presenta un interesse pubblico. Come tale è considerato un monumento“.
Un giardino è infatti “un’opera polifunzionale e polimaterica” con una ricchezza di significati, culturali, architettonici, botanici, agronomici, estetici, sociali, ecologici, la cui conservazione è assai delicata, sia per la loro complessità che per la precarietà dei materiali di cui è composto, sottoposti all’usura, alle malattie, alle intemperie.
Esso richiede continui interventi, che devono però essere inseriti in un piano di gestione a medio e lungo termine, che tenga conto della sua duplice natura: da una parte esso si presenta infatti come un sistema in continua evoluzione, dall’altra come un bene monumentale e culturale che deve essere salvaguardato.
L’evoluzione nel tempo dei titoli di proprietà, il passaggio di molti di questi siti agli enti pubblici e il conseguente uso collettivo, hanno determinato un loro utilizzo come aree a verde pubblico, senza tenere in giusta considerazione le caratteristiche tipologiche storiche di questi impianti. In molti casi i giardini storici sono infatti gestiti in maniera poco coerente con il loro specifico significato, senza rispettarne ed evidenziarne il valore intrinseco.
L’introduzione di elementi di arredo in materiali moderni, l’apertura spontanea di nuovi sentieri dovuta all’affluenza di visitatori sempre maggiore, l’utilizzo delle aree a prato per attività sportive spontanee, l’inserimento di strutture di servizio (parcheggi, bar, servizi igienici, ..) sono solo alcune delle problematiche che affliggono i giardini storici, legate alla loro fruizione come aree pubbliche.
Occorre invece considerare il giardino nella sua complessità, verificando che le nuove funzioni alle quali essi sono chiamati ad adempiere risultino compatibili con l’impianto storico, architettonico e paesistico, al fine di evitare la perdita di identità di questi luoghi di pregio.

Nomi da ricordare per chi ama i giardini, il verde pubblico e il paesaggio

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Carlo Tenerani (Roma 1845 – 1911 post), Maria Teresa Shephard Parpagliolo (1903-1974), Luigi Heydrich e Alfredo Kelbling (morto nel 1888), Augusto Houssaille (morto nel 1886).
Sono alcuni dei nomi da ricordare per chi ama i giardini, il verde pubblico e il paesaggio e che hanno lasciato una loro impronta anche nella città di Roma.
Alfredo Kelbling fu il primo Direttore dei Giardini di Roma nominato per concorso (22 giugno 1887). La Commissione, alla quale pervengono tredici candidature, ritenne che Kelbling possedesse quei requisiti necessari per condurre l’ufficio di direttore di giardini: non solo una cultura generale ma anche quella specifica tecnica pratica, un’età non troppo inoltrata e valenti titoli scientifici. Kelbling era nato in Prussia, aveva appreso l’arte del giardinaggio frequentando il Reale Istituto di San-Souci a Posdam e aveva esercitato la pratica nella Regia Intendenza dei giardini di corte di Sua Maestà l’Imperatore di Germania e successivamente presso i giardini di Krupp. A Roma fu il Direttore dei Giardini di Villa Barberini Sciarra. A lui si deve il progetto di sistemazione del Giardino di Piazza Vittorio Emanuele II (terminato, dopo la sua morte improvvisa, da Carlo Palice, nuovo Direttore del Servizio Giardini e inaugurato l’8 luglio 1888) dove, al centro, viene realizzata una serie di vialetti che si sviluppano collegando i ruderi del Ninfeo di Alessandro (noti come i Trofei di Mario), il laghetto con la fontana, la Porta Magica (Porta Alchemica di Villa Palombara ricostruita all’interno dei giardini su un vecchio muro perimetrale della Chiesa di Santo Eusebio) e le tante essenze esotiche e rare che popolano il giardino. La Piazza del giardino (progettata da Gaetano Koch come previsto nel Primo Piano Regolatore di Roma del 1873 e inaugurata il 19 giugno 1882) viene trasformata in un “fresco giardino verde e fiorito” con “piante di ogni genere, aiuole, alberi e fiori”. Vennero piantati 170 alberi tra cui conifere, palme e Dasylirion, ninfee e altre piante acquatiche nella fontana, rose e caprifogli che si arrampicavano sui manufatti.
Luigi Heydrich, napoletano, è il “florista comunale” a cui l’Amministrazione di Acireale affidò la realizzazione (1875-1876) dell’arredo di Piazza Ruggero Settimo, “Villetta Lionardo Vigo”. L’intervento rappresentò il primo approccio verso una politica del verde che un anno dopo portò alla realizzazione di un giardino ben più ampio e importante (15.000 metri quadri) quale è Villa Belvedere, il Parco Pubblico intitolato a Vittorio Emanuele III. Heydrich dimostrò di essere “molto istruito non solo sulla conoscenza delle piante addette a giardinaggio e alla loro coltura ma benanche in quella della loro disposizione e al buon risaltamento dell’insieme nella parte ornativa”. La sistemazione di Villetta Vigo denota l’intento di creare due aree differenti, la prima che costituisse il proscenio da cui ammirare la seconda. Differenziò pertanto gli alberi messi a dimora, ponendo quelli a minore sviluppo, i ligustri (Ligustrum japonicum) nell’unità più prossima alla piazza e il falso pepe (Schinus molle) nella seconda. Il suo nome lo ritroviamo a Roma in qualità di giardiniere capo quando, tra il novembre 1887 e il maggio 1888, vengono realizzate in amministrazione diretta dal Comune, in base al progetto di Kelbling, le opere del giardino di Piazza Vittorio Emanuele II.
Nella Commissione che seleziona e affida l’incarico di Direttore del Servizio giardini di Roma a Kelbling c’è anche Carlo Tenerani, figlio dello scultore Pietro Tenerani. Oltre che architetto Ingegnere, assessore al Comune di Roma, presidente della Società Orticola Romana e, dal 1906, presidente dell’Accademia di San Luca, Tenerani è stato anche fotografo dilettante iscritto all’Associazione Amatori di Fotografia di Roma dal 1890 (presso l’Archivio Fotografico del Museo di Roma si conservano due sue vedute firmate di via Nazionale, dove era situato il palazzo di famiglia). A lui si deve il disegno della cancellata che circonda il Giardino di Piazza Vittorio Emanuele II, approvato il 4 giugno 1888 dalla Giunta Municipale.
Maria Teresa Parpagliolo rappresenta una figura di spicco nel mondo legato alla progettazione dei giardini e al paesaggio della prima metà del Novecento. Nata a Roma, compie la sua formazione in Inghilterra presso lo studio dell’architetto paesaggista Percy Stephen Cane, svolgendo poi un’attività didattica presso la Scuola Giardinieri di Roma dal 1932 al 1937. Nel 1939 collabora con gli architetti Raffaele De Vico e Pietro Porcinai all’organizzazione dell’intero sistema di parchi e giardini della nuova zona di Roma (EUR) destinata ad ospitare l’Esposizione Universale del 1942. Dal 1940 al 1942 riveste la carica di capo dell’Ufficio Parchi e Giardini della Capitale e diviene negli anni Settanta protagonista insieme a Pietro Porcinai del progetto per la fondazione di una scuola per l’Architettura del Paesaggio.
Augusto Houssaille, francese, fu per dodici anni il capo giardiniere del Pincio a Villa Borghese che, allora, era il principale se non l’unico giardino pubblico di Roma. Portata a compimento tra il 1811 e il 1823, la Passeggiata del Pincio fu ceduta in proprietà al Municipio nel 1848. Dal 1853 la cura dei giardini fu affidata al servizio pubblico municipale, il cui direttore, Luigi Vescovali, si avvalse dell’esperienza del giardiniere e vivaista savoiardo Francesco Vachez, che, tra il 1861 e il 1866, mise mano a una radicale trasformazione della Passeggiata, disegnando un nuovo assetto dei viali e del giardino in stile “inglese”, eliminando l’ippodromo disegnato da Berthault sul lato verso Villa Borghese e introducendo nuovi vialetti curvilinei tra aiuole irregolari.

Fonti bibliografiche
-Quad. Bot. Ambientale Appl., 3, 1992
Piano di Gestione del giardino di Piazza Vittorio Emanuele II, a cura del Comitato Piazza Vittorio Partecipa, 2017
-Storia dei giardini pubblici di Roma nell’Ottocento, Massimo de Vico Fallani, 1992

Calma, serenità e benessere con il Forest Bathing e la Forest Therapy

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“Gli effetti benefici sulla salute che derivano dall’esposizione agli ambienti forestali sono noti da decenni, tanto che in alcuni paesi la terapia forestale ha un ruolo riconosciuto nella prevenzione medica, con risultati in termini psico-fisiologici confermati da una crescente produzione scientifica”. Così viene introdotto il libro realizzato da CNR e CAI in collaborazione con il CERFIT, il Centro Regionale di Riferimento in Fitoterapia presso l’ospedale Careggi a Firenze, che presenta le conoscenze acquisite in questo campo in tre decenni di ricerca scientifica.
“Le pratiche di Forest Bathing e di Forest Therapy sono modi per immergere i nostri sensi nell’atmosfera della foresta per ottenere relax ed effetti positivi per la salute e il benessere”. Così spiega il Forest Therapy Institute (FTI) che organizza attività di formazione di guide certificate, con corsi specializzati per professionisti ai quali vengono fornite competenze per realizzare Passeggiate di Forest Bathing, Programmi di turismo eco-wellness,Workshop e ritiri di Connessione con la Natura, Programmi di riduzione dello stress basati sulla Natura e altre iniziative.
Lo Shinrin-Yoku (Bagno nella foresta) nasce in Giappone nel 1982 come parte di un programma sanitario nazionale per affrontare i disturbi legati allo stress e proteggere le foreste.​ Si tratta di un particolare metodo della medicina naturale basato sul principio che trascorrere del tempo immersi tra gli alberi di una foresta porta innumerevoli benefici fisici e psicologici. Gli studi giapponesi mostrano come esso possa essere praticato anche in città, anche se i maggiori effettivi positivi si hanno lontano dalle aree urbanizzate e in presenza di boschi costituiti da almeno una di queste specie: faggio, leccio, quercia.

Il National Geographic riporta 5 destinazioni dove praticare il Forest bathing (Adirondacks Mountains, New York, Costa Rica, Nuova Zelanda, Hawaii, Kenya).
Anche in Italia troviamo esperienze interessanti come ad esempio presso l’Oasi di Zegna, in Piemonte e all’interno di una splendida faggeta di Fai della Paganella in Trentino.
Del valore di questa pratica ne parla l’esperto Marco Mencagli, dottore agronomo e autore insieme a Marco Nieri del libro La terapia segreta degli alberi, nell’articolo “Le evidenze sull’efficacia degli spazi verdi nel miglioramento delle nostre difese immunitarie”, pubblicato sul numero 1/2021 di ARBOR, la  Rivista della Società Italiana di Arboricoltura.
Terapia della natura e il bagno nella foresta
Come praticare il bagno nella foresta
CAI Il libro della terapia forestale

 

EBREI A ROMA: ASILI INFANTILI DALL’UNITA’ ALLE LEGGI RAZZIALI

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In un libro di Giovanna Alatri, insegnante e collaboratrice del Museo della Scuola e dell’Educazione “Mauro Laeng” dell’Università degli Studi Roma Tre, edito da Fefè Editore con la prefazione del Rabbino Riccardo Di Segni e l’introduzione di Paolo Mieli, viene ripercorsa la vicenda delle istituzioni scolastiche israelitiche nella Capitale dedicate alla prima infanzia.
Un viaggio che intreccia urbanistica, storia, educazione in un percorso che parte dal 1870 e si sviluppa fino ai giorni nostri.
Istruzione, integrazione, necessità assistenziali e formazione religiosa: sono questi gli aspetti che caratterizzano gli Asili israelitici di Roma, la cui storia accompagna la riorganizzazione degli ebrei romani dopo il passaggio al Regno di Italia.
Così scrive il Rabbino Riccardo Di Segni nella Prefazione del libro: “L’arrivo del regio esercito sabaudo a Roma, nel settembre 1870, segnò, per gli ebrei di Roma, l’emancipazione da tempo desiderata….Una ricerca, quella di Giovanna Alatri, che racconta una storia di famiglia che si intreccia con la storia della comunità di Roma e della Roma diventata capitale d’Italia”.
La città che fa da sfondo alla vita della Comunità ebraica e degli Asili è quella di Pio IX, al secolo Cardinal Giovanni Maria Mastai Ferretti, che salì al soglio pontificio nel 1846 e che si rese protagonista del caso Mortara, che rappresentò “il più grave incidente tra la chiesa di Roma e la comunità ebraica”, come sottolinea Paolo Mieli nella Introduzione, mettendo tuttavia anche in evidenza le opportunità che in quel periodo “si presentarono per gli ebrei per conquistare spazi fino a poco prima impensabili”, come successe appunto per gli Asili.
Gli Asili nascono dalla fusione della Pia Associazione Ez Haim (Albero della vita) per le bambine ebree e del Pio Istituto Talmud Torà (Studio della Legge) per i maschi. La confluenza delle due strutture, sorte per accogliere i bambini poveri ma che sotto l’illuminata presidenza di Tranquillo Ascarelli tra i 1861 e il 1864 cominciarono a svolgere un’attività più specificatamente didattica, diede vita, nel 1874, all’Opera Pia degli Asili Israelitici di Roma.
Nel 1875, alla prima manifestazione ufficiale degli Asili, Giacomo Alatri (1833-1889) allora Vice Presidente della nuova istituzione, si rallegrò per il “comune cooperare dello Stato e della Città per la prosperità dell’istituto stesso”. Figlio di Samuele Tranquillo Abramo Alatri (1805-1889) che guidò la comunità ebraica romana per circa sessant’anni, Giacomo Alatri divenne Presidente dell’Opera nel 1876 e si dedicò a migliorare i tanti aspetti degli Asili, a cominciare da quello didattico-educativo, senza trascurare quello igienico-sanitario, logistico, dell’alimentazione e dell’accoglienza dei fanciulli e delle fanciulle. Curò l’introduzione di banchi di nuovo modello, disegnati dall’Ing. Vittore Ravà, Ispettore Capo della Società degli Asili “costruendoli per due posti, per lasciare al fanciullo sufficiente libertà di isolarlo, senza impedire di aiutare il compagno”, assegnò ad ogni allievo il proprio cassetto e si prodigò per trovare spazi idonei ad ospitare la scuola.
Dai locali di una casa in via Rua n. 143 al Ghetto, gli Asili si trasferirono provvisoriamente in via di Monte Savello n. 15, quindi in affitto in alcuni locali dell’ex convento annesso alla chiesa di Sant’Agata a Trastevere, per poi traslocare al numero 19 di quella che un tempo si chiamava piazza Italia e, infine, nell’edificio costruito su progetto dell’architetto Giovanni Battista Milani e inaugurato il 26 gennaio 1913 sul Lungotevere Sanzio, dove si trovano ancora oggi.
Il racconto avvincente della storia degli Asili israelitici capitolini corre in parallelo a quello delle condizioni di vita degli ebrei nel Ghetto della Capitale e si intreccia con alcune tappe fondamentali dei percorsi di istruzione nazionale, che vanno dall’introduzione del sistema educativo messo a punto dal pedagogista tedesco Friedrich Froebel (1782-1852) alla nascita delle case dei bambini create da Maria Montessori a partire dal 1907.
Gli Asili, dopo il tragico periodo in cui furono emanati i Decreti legati alle Leggi Razziali del 1938, durante il quale alunni e docenti furono estromessi dagli istituti statali e comunali, proseguono la loro attività ai giorni nostri come scuola paritaria del sistema scolastico italiano.
Per informazioni: Fefè Editore / 06.3201420 e 338.3733845 / fefe.editore@tiscali.it / www.fefeeditore.com

Come si difende un albero?

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COME SI DIFENDE UN ALBERO? E’ questo il titolo di un interessante articolo pubblicato sul sito di Atlantis, di Mauro Zanichelli, una società specializzata in servizi professionali per la potatura e la manutenzione degli alberi attraverso tecniche di tree climbing, nel quale si trattano alcuni aspetti importanti che riguardano la vita degli alberi.
In particolare l’articolo cita il processo, detto di compartimentazione, individuato da un famoso studioso americano attorno agli anni ’70, Alex Shigo, scomparso nel 2006, che ha segnato una svolta fondamentale nel mondo dell’arboricoltura. Il suo nome, e le sue scoperte, dovrebbero essere note a chiunque si occupi di alberi.
La teoria legata al suo nome si chiama CODIT, acronimo che sta per Compartimentalization Of Decay In Tree e illustra come l’albero isola la carie.
Shigo, dopo aver passato la sua  vita a studiare gli alberi e a osservare funghi e insetti, ha illustrato come, a fronte di una lesione dei suoi tessuti, l’albero attivi 4 tipi diversi di barriere: le prime tre sono costituite da aggregati chimici già depositati nel legno e oppongono un ostacolo meccanico alla propagazione dell’infezione rallentando l’avanzata del marciume in senso longitudinale (su e giù per il fusto), in senso radiale (verso il centro del fusto) ed in senso tangenziale (cioè lateralmente attorno al fusto). La barriera numero 4, definita come un “prodigio dell’albero”, è rappresentata da un tessuto nuovo, in grado di bloccare l’avanzata dei patogeni, che si forma sullo strato più esterno del legno vivo.
In questo modo il legno nuovo provvede a separare la lesione dal legno del fusto prodotto fino a quel momento e tutto ciò che l’albero produrrà da quel momento in poi è isolato dall’infezione ed è salvo: le generazioni di legno futuro non potranno essere aggredite dal patogeno.
Nella pratica un albero sano scatena una gara per difendersi dai suoi nemici: si assiste cioè a una progressiva crescita di legno sano verso l’esterno, che fornirà sostegno meccanico e funzionalità biologica all’albero. Al contrario un albero deperito o stressato oppone barriere deboli e si ingrossa poco. Questa condizione di debolezza si riscontra spesso negli alberi in ambiente urbano a causa dei danni che incessantemente subiscono (tra cui anche inutili o errate operazioni di potatura) e di conseguenza la loro capacità di reazione alle lesioni è fortemente rallentata.
Un altro importante e interessante aspetto che viene messo in evidenza è quello dei rami che si spezzano per fratture (legate ad esempio a eventi meteorici) o come conseguenza di errati tagli di potatura. In questi casi, se la parte di ramo superstite ha sufficienti riserve energetiche, tenterà di ripristinare il fogliame perduto e nel frattempo si attiveranno le barriere per arginare l’inevitabile penetrazione dei patogeni dalla ferita, se invece le riserve saranno insufficienti l’albero predisporrà l’abbandono del ramo: mentre il moncone muore e si secca, nel punto in cui si inserisce nel ramo, nella branca o nel fusto da cui deriva, si attiva un meccanismo che isolerà i tessuti sani dall’ambiente esterno creando il cosiddetto collare di compartimentazione, una perfetta barriera contro la penetrazione di agenti esterni, da salvaguardare in ogni caso per non esporre i tessuti sani dell’albero all’aggressione dei patogeni.
Connesso a questo argomento vi è quello che riguarda le “Problematiche strutturali e stabilità degli alberi” trattato in un documento di sintesi curato dal Corpo Forestale dello Stato e dal Centro Nazionale per lo Studio e la Conservazione della Biodiversità Forestale “Bosco Fontana” – UTB di Verona per conto della SIA-Società Italiana di Arboricoltura, nel quale si parla delle cause dei cedimenti strutturali, dell’analisi strumentale per conseguire i profili di densità del fusto (dove è possibile individuare la presenza di vuoti o di cavità), dello studio delle chiome e degli apparati radicali, della valutazione della stabilità degli alberi (Visual Tree Assessment), procedura riconosciuta a livello internazione per accertare lo stato di salute degli alberi, di classi di propensione al cedimento (categorie di rischio fitostatico), in base alle quali vengono stabiliti gli interventi da effettuare (colturali e di abbattimento).

Adriano Olivetti: una figura da ricordare e non solo…

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L’11 aprile del 1901 nasceva Adriano Olivetti, uno dei più grandi e più innovativi imprenditori italiani che fu un simbolo della rinascita del Paese nel secondo dopoguerra.

I 120 anni dalla nascita di Adriano Olivetti meriterebbero qualcosa di più concreto delle celebrazioni
Chi era Adriano Olivetti
L’eredità di Adriano e il Novecento che non abbiamo avuto di Giuseppe Lupo, il Sole 24ore, 10 aprile 2021
ACCADDE OGGI – Olivetti, l’imprenditore visionario nasceva 120 anni fa

 

 

Cecità botanica e giardini in movimento

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I risultati di un’indagine svolta verso la fine degli anni ’80 del secolo scorso nelle scuole americane sulla differenza di interesse mostrata dagli studenti rispetto al mondo animale e al mondo vegetale, hanno portato due studiosi americani, J.H.Wandersee e E.E. Schussler, a coniare per questa nostra tipica tendenza a non considerare le piante, quasi come fossero invisibili (a differenza, invece, della nostra percezione riguardo al mondo animale) il termine “plant blindness” (traducibile come “cecità botanica”) definita come: “the inability to see or notice tha plants in one’s own enviroment, leading to: a) the inability to recognize the importance of plants in the biosphere, and in human affairs; b) the inability to appreciate the aesthetic and unique biological features of the life forms belonging to the Plant Kingdom; and c) the misguided, anthropocentric ranking to the erroneus conclusion that they are unworthy of human consideration[1].
Questa tendenza si mostra in maniera molto evidente nei confronti delle specie selvatiche e spontane, soprattutto in ambito urbano, dove sono sovente indicate in modo dispregiativo con il termine “erbacce” e considerate elemento di degrado e di disordine…Tale atteggiamento impedisce di apprezzarne i numerosi aspetti positivi. Esse sono infatti rustiche e resistenti, elemento essenziale di ricchezza e biodiversità, hanno bellissimi fiori e sono anche specie alimentari, officinali, tintorie e utili per gli insetti anche impollinatori (ogni specie vegetale in natura è adatta ad attirare e nutrire gli insetti. Ma dato che spesso questo rapporto di simbiosi è specie specifico, le diverse specie di piante attirano di preferenza specie diverse di insetti).
Con le specie selvatiche si creano prati fioriti a bassa manutenzione, perché non richiedono concimazioni o uso di fitofarmaci, hanno bisogno di un ridotto numero di sfalci e un minore utilizzo di irrigazione.
Gilles Clément (1943), docente presso l’École Nationale Supérieure de Paysage di Versailles e scrittore, ha influenzato con le proprie teorie e con le proprie realizzazioni (tra queste il Parc André-Citroën e il Musée du quai Branly, entrambi a Parigi) un’intera generazione di paesaggisti. Nel suo libro, IL GIARDINO IN MOVIMENTO, rivoluziona l’idea classica di giardino, ponendo l’attenzione sulla “friche”, ovvero l’incolto. Inizia così una lunga ricerca sui suoli incolti collocati ai margini delle strade, nelle zone abbandonate o dismesse, dove la natura si riappropria dello spazio costruito in degrado. Gilles Clément classifica questi residui come “Terzo paesaggio” e rivoluziona il nostro modo di pensare il giardino tradizionale, lasciando che esso viva senza grande intervento umano. In questo modo non modifica soltanto l’idea di pensare il giardino ma la concezione di estetica dello stesso.

[1] Wandersee e Schussler 1998.

Legge 10/2013 e politiche del verde pubblico urbano: relazione annuale 2019

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Ai sensi della legge 10/2013 “Norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani” il Comitato per lo Sviluppo del Verde Pubblico istituito presso il Ministero dell’Ambiente ha presentato alle Camere la Relazione annuale 2019 che contiene elementi finalizzati a fare un bilancio dello stato di attuazione della legge stessa e delle politiche riguardanti il verde pubblico.
La Relazione evidenzia innanzitutto la necessità di un’operazione di “codificazione” della normativa vigente in tema di verde pubblico e di alberi, specie con riferimento agli spazi urbani,che favorisca una visione unitaria e integrata di un fenomeno complesso e interdisciplinare.
Si auspica pertanto il passaggio da una normativa settoriale a un sistema regolatorio che affronti il tema dello sviluppo e della tutela del verde pubblico in maniera congiunta con tutto ciò che vi ruota intorno (salute, efficienza energetica e risparmio, standard urbanistici e governo del territorio, bellezza e paesaggio, storia e identità, turismo, PIL e altro) e che sappia cogliere la sfida lanciata con la Direttiva Europea 2014/95/UE (recepita con d.lgs. n. 254/2016) che ha reso le informazioni di carattere non finanziario obbligatorie a partire dai bilanci al 31 Dicembre 2017, a conferma del fatto che gli investitori richiedendo l’integrazione dei fattori ambientali e sociali, i cosiddetti elementi ESG – environmental, social and governance – nelle analisi dei rischi e delle prospettive future dei business.
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IL GIARDINIERE PROFESSIONISTA

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È datata 6 Luglio 2016 la legge che vieta, di fatto, a chiunque di intervenire sul verde, sia in case private che in aree del settore della pubblica amministrazione, se non in possesso di una formazione professionale adeguata.
Si tratta della Legge 154 del 2016 “Deleghe al Governo e ulteriori disposizioni in materia di semplificazione, razionalizzazione e competitivita’ dei settori agricolo e agroalimentare, nonche’ sanzioni in materia di pesca illegale” che, al punto b dell’art.12Esercizio dell’attività di manutenzione del verde”  dispone che l’attività di costruzione, sistemazione e manutenzione del verde pubblico o privato affidata a terzi può essere esercitata “da imprese agricole, artigiane, industriali o in forma cooperativa, iscritte al registro delle imprese, che abbiano conseguito un attestato di idoneità che accerti il possesso di adeguate competenze.”
Le Forze dell’Ordine, come ad esempio Carabinieri e Guardia di Finanza, potranno richiedere la regolare iscrizione all’Albo Giardinieri professionisti, a tutti i giardinieri trovati ad esercitare la professione sia in ambienti pubblici che in ambienti privati.
La normativa ha creato un grande dibattito dimostrando quanto sia difficile poter regolamentare il settore tant’è che, purtroppo, sono ancora troppi i giardinieri improvvisati e le aziende di giardinaggio non adeguate che non sono in grado di comprendere tutti gli aspetti, naturalistici, agronomici, storici, paesaggistici che il patrimonio del verde pubblico presenta.
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La carta dei giardini storici

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Risale al 1971 il primo convegno organizzato a Fontainebleau dal Comitato internazionale dei giardini e siti storici costituito dall’ICOMOS-IFLA.
Riuniti a Firenze il 21 maggio 1981, l’ICOMOS (il Consiglio internazionale dei monumenti e dei siti, associazione professionale fondata nel 1965 a Varsavia a seguito della Carta di Venezia del 1964 e che offre consulenza all’UNESCO per la conservazione e la protezione dei luoghi del patrimonio culturale in tutto il mondo) e l’ IFLA, arrivarono all’approvazione di una “Carta dei Giardini Storici”, detta appunto Carta di Firenze, che ebbe il merito di definire i giardini storici con il riconoscimento della loro natura monumentale, superando quella di semplice contorno di edifici monumentali.
La carta è stata registrata il 15 dicembre 1982 dall’ ICOMOS con l’intento di completare la “Carta di Venezia” in questo particolare ambito.